Il cambiamento climatico non rappresenta più soltanto un rischio per i produttori agricoli. Quando una materia prima è strettamente legata all’identità e alla continuità commerciale di un prodotto, diventa un problema diretto anche per il marchio che la acquista.
È il caso di Ribena, storico brand britannico di bevande al ribes nero controllato da Suntory Beverage & Food. La società investirà 200.000 sterline – circa 230.000 euro – in un programma di ricerca sviluppato insieme alla Blackcurrant Foundation e al National Institute of Agricultural Botany (NIAB), con l’obiettivo di rendere le coltivazioni britanniche più resistenti agli eventi climatici estremi.

L’iniziativa arriva durante una campagna particolarmente difficile. Il raccolto britannico di ribes nero del 2026 è previsto intorno al 10% sotto la media di 10.000 tonnellate. Le coltivazioni sono state sottoposte a una successione di condizioni avverse: un inverno eccezionalmente piovoso, che ha ostacolato potatura e controllo delle infestanti; gelate e grandinate localizzate in primavera; infine caldo intenso e siccità nei mesi di giugno e luglio.
Le temperature elevate hanno provocato scottature, caduta anticipata delle bacche e riduzione del calibro, mentre anche nelle aree britanniche tradizionalmente più piovose alcuni produttori stanno valutando la realizzazione di bacini di accumulo e impianti irrigui. Secondo quanto riportato dal Guardian, la raccolta proseguirà fino ai primi giorni di agosto.
Dalla fertilità del suolo alla qualità dei frutti
Il programma coordinato con NIAB presso il centro di East Malling, nel Kent, studierà in particolare il rapporto tra salute del suolo e capacità delle piante di sopportare periodi di stress ambientale.
Le prove valuteranno materiali organici come lana, letami pastorizzati e prodotti derivati da residui vegetali. L’obiettivo è verificare la loro capacità di aumentare la sostanza organica, trattenere l’acqua e migliorare il ciclo degli elementi nutritivi.
Oltre ai parametri del terreno, i ricercatori misureranno gli effetti degli interventi sull’attecchimento, sul vigore delle piante, sulla resa e sulla qualità dei frutti. In questo modo sarà possibile stabilire quali pratiche siano realmente applicabili su scala commerciale, evitando di confondere il miglioramento di singoli indicatori ambientali con un effettivo aumento della resilienza produttiva.
Il progetto si affianca al lavoro già avviato per ottenere varietà di ribes nero capaci di produrre regolarmente anche in presenza di inverni meno freddi. Si crea così un collegamento diretto tra breeding, gestione del suolo, nutrizione, irrigazione e sicurezza degli approvvigionamenti.
Suntory aveva già avviato nel 2023 un progetto di agricoltura rigenerativa su 60 ettari della Gorgate Farm, nel Norfolk, azienda che rifornisce Ribena da decenni. Le prove comprendono analisi della linfa, riduzione degli input convenzionali, inerbimenti diversificati e utilizzo di estratti di compost per intervenire sulla microbiologia del terreno.
La sperimentazione è stata impostata per confrontare pratiche convenzionali, sistemi di transizione e approcci maggiormente basati sulla biologia del suolo. Il progetto originario prevede inoltre la misurazione delle emissioni aziendali e del sequestro di carbonio.
Quando la ricerca diventa politica di approvvigionamento
Mentre la dimensione dell’investimento di Ribena è relativamente contenuta rispetto al valore industriale del marchio, è rilevante soprattutto la scelta di finanziare direttamente la capacità produttiva della propria filiera.
Per Suntory, sostenere la ricerca agronomica non è un’attività separata dagli acquisti: significa ridurre il rischio di non trovare, negli anni futuri, quantità sufficienti di ribes nero con caratteristiche adatte alla trasformazione. Il produttore, allo stesso tempo, può sperimentare tecniche e materiali nuovi senza sostenere da solo tutti i costi e i rischi della transizione.
Il modello supera quindi il normale rapporto nel quale l’acquirente stabilisce quantità, caratteristiche qualitative e prezzo, lasciando all’agricoltore l’intero onere dell’innovazione. Il marchio interviene a monte perché riconosce che la continuità della materia prima costituisce un’infrastruttura strategica per il proprio business.
Non sono stati divulgati i termini dei contratti di fornitura collegati al nuovo investimento. Il progetto mostra tuttavia come ricerca e approvvigionamento possano essere gestiti all’interno della stessa strategia, coinvolgendo produttori, organizzazioni di filiera e un ente scientifico indipendente.
Quali modelli per i piccoli frutti italiani
In Italia un’impostazione simile potrebbe essere adottata da marchi, cooperative, organizzazioni di produttori, trasformatori e insegne della distribuzione attraverso diversi modelli.
Contratti pluriennali con fondo per la ricerca. Una percentuale del valore degli acquisti potrebbe essere destinata a un fondo comune per prove agronomiche e varietali. La durata pluriennale consentirebbe ai produttori di pianificare investimenti in impianti, coperture e irrigazione, mentre l’acquirente otterrebbe maggiore continuità di fornitura.
Accordi di condivisione del rischio. Marchio e produttori potrebbero ripartire i costi delle sperimentazioni, prevedendo contributi per ettaro, fornitura dei materiali tecnici o compensazioni per le superfici sottratte alla produzione commerciale. Sarebbe particolarmente utile per prove su substrati, gestione idrica, difesa e protezione dagli eventi estremi.
Premi legati a risultati misurabili. I contratti potrebbero riconoscere una remunerazione aggiuntiva per obiettivi verificabili, come stabilità delle rese, efficienza nell’uso dell’acqua, riduzione degli input o miglioramento della conservabilità. I premi dovrebbero però aggiungersi a un prezzo di base sostenibile e non trasferire nuovi rischi sul solo produttore.
Aziende pilota e protocolli aperti alla filiera. Alcune aziende potrebbero ospitare prove coordinate da università, centri di ricerca o fondazioni indipendenti. I risultati, opportunamente anonimizzati, potrebbero essere condivisi con tutti i fornitori coinvolti, accelerando il passaggio dalla sperimentazione alla scala commerciale.
Club varietali orientati alla trasformazione o al mercato. Per prodotti destinati a succhi, surgelazione, ingredienti o linee a marchio, l’acquirente potrebbe partecipare alla selezione delle varietà e contribuire ai costi del breeding. In cambio otterrebbe caratteristiche più coerenti con il prodotto finale, senza necessariamente arrivare a un’esclusiva totale sulla genetica.
Il nodo della governance
Perché questi modelli funzionino servono anche regole chiare sulla proprietà e sull’uso dei dati, sull’eventuale esclusività dei risultati, sulla remunerazione delle aziende sperimentali e sulla ripartizione dei benefici economici.
Un contratto realmente equilibrato dovrebbe indicare almeno la durata degli impegni di acquisto, i criteri di determinazione del prezzo, la copertura delle perdite sperimentali e le condizioni per utilizzare nuove tecniche o varietà dopo la conclusione del progetto.
La ricerca finanziata dal cliente può infatti rafforzare la filiera, ma potrebbe anche aumentare la dipendenza dei produttori se fosse associata a esclusività troppo rigide o a prezzi non collegati ai costi reali di produzione.
Il caso Ribena indica comunque una direzione: di fronte a rischi climatici strutturali, non è più sufficiente cercare ogni anno il fornitore disponibile. La sicurezza della materia prima si costruisce nel tempo, investendo nelle aziende agricole, nella ricerca indipendente e in rapporti contrattuali capaci di distribuire rischi e benefici lungo tutta la filiera.
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