Il confronto tra marche industriali e private label continua a essere uno dei temi centrali nell’evoluzione del retail europeo. Secondo i dati BG20 Europanel relativi a 12 Paesi europei — Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Regno Unito — il divario di prezzo tra i prodotti a marca del produttore e quelli a marca del distributore è rimasto complessivamente stabile nell’arco dell’ultimo decennio.
Tra il 2014 e il 2024, nella media delle categorie analizzate, le National Brands — cioè le marche industriali o marche del produttore — risultano circa l’80% più care rispetto alle private label. La differenza è particolarmente elevata nel personal care, mentre risulta più contenuta nel food, dove le marche industriali sono mediamente solo il 50% più costose rispetto ai prodotti a marchio del distributore.
Un divario stabile, ma con dinamiche diverse nel tempo
Il dato più interessante non è soltanto l’ampiezza del differenziale di prezzo, ma la sua stabilità nel tempo. Tra il 2014 e il 2021 il gap tra marche industriali e private label è aumentato. Successivamente, tra il 2021 e il 2023, le private label hanno registrato aumenti di prezzo relativamente più marcati, contribuendo a ridurre la distanza. Nel periodo 2023-2024, invece, le marche industriali sono tornate a crescere più rapidamente, riportando il divario su livelli più elevati.
Questo andamento conferma come la private label non sia più soltanto una proposta di primo prezzo, ma un’area strategica attraverso cui la distribuzione presidia il rapporto qualità-prezzo, la fedeltà del consumatore e la marginalità di categoria.

Nel food il gap è più basso
Il settore alimentare presenta una dinamica diversa rispetto ad altri comparti. Se nella media complessiva le marche industriali costano circa l’80% in più, nel food il differenziale scende al 50%. Questo significa che, nei prodotti alimentari, la distanza di prezzo tra marca industriale e marca del distributore è meno estrema rispetto ad altri settori, come personal care e petfood, dove le marche industriali possono arrivare a costare più del doppio rispetto alle private label.
Per l’ortofrutta fresca, e in particolare per i piccoli frutti, questa lettura è particolarmente rilevante. A differenza di molte categorie confezionate, il valore percepito non dipende solo dal marchio, ma anche da origine, freschezza, varietà, calibro, shelf-life, sostenibilità, packaging e continuità qualitativa. In questo contesto, la private label può diventare uno strumento molto potente per costruire fiducia nel consumatore, soprattutto quando il prodotto è deperibile e l’esperienza d’acquisto è fortemente legata alla qualità reale.

La marca leader non sempre costa più della media delle marche industriali
Un altro dato interessante riguarda il brand numero uno della categoria. In media, il marchio leader costa circa il 70% in più rispetto alla private label della stessa categoria. Questo significa che il leader risulta leggermente meno caro rispetto alla media complessiva dell’offerta branded, che presenta un differenziale dell’80%.
Il dato suggerisce che non tutte le marche industriali riescono a giustificare lo stesso premio di prezzo. Il brand leader può beneficiare di notorietà, fiducia e rotazione, ma l’intera area branded deve continuamente dimostrare il proprio valore rispetto all’alternativa private label. Nel fresco, questa dinamica è ancora più evidente: il marchio può aiutare a costruire riconoscibilità, ma non può compensare a lungo una qualità incostante.
Private label: un terzo del valore, quasi metà dei volumi
Il divario di prezzo tra marche industriali e private label ha un impatto diretto sulle quote di mercato. Nella media delle categorie analizzate, le private label rappresentano circa un terzo del valore, ma si avvicinano ormai al 50% dei volumi. La quota a valore è aumentata di 6 punti percentuali in dieci anni, mentre quella a volume è cresciuta di 7 punti, raggiungendo il 45%.
Questo scarto tra quota a valore e quota a volume riflette proprio il posizionamento di prezzo più basso delle private label. I consumatori acquistano una quantità crescente di prodotti a marchio del distributore, ma il valore generato resta proporzionalmente inferiore rispetto alle marche industriali, che mantengono un prezzo medio più elevato.

Cosa significa per i piccoli frutti
Per i piccoli frutti, la crescita delle private label pone una questione strategica. Mirtilli, lamponi, more, ribes e fragole sono categorie ad alto valore unitario, ma anche ad alta sensibilità al prezzo. In molti mercati europei il consumatore ha imparato a riconoscere il prodotto attraverso l’insegna prima ancora che attraverso il produttore o il brand agricolo.
Questo rafforza il ruolo della distribuzione moderna, che può utilizzare la private label per standardizzare l’offerta, comunicare garanzie qualitative e fidelizzare il consumatore. Allo stesso tempo, riduce lo spazio per i brand dei produttori se questi non sono in grado di offrire una differenziazione chiara e percepibile.
La differenziazione può passare da diversi fattori: varietà riconoscibili, gusto superiore, origine certificata, sostenibilità documentata, packaging distintivo, storytelling aziendale, continuità di fornitura e capacità di presidiare segmenti premium. Senza questi elementi, il rischio è che anche i piccoli frutti vengano percepiti come commodity, con il prezzo come principale criterio di scelta.
La sfida: costruire valore oltre il prezzo
I dati europei mostrano che la private label continua a guadagnare spazio, soprattutto in volume. Per i produttori e i brand dei piccoli frutti questo scenario non rappresenta necessariamente una minaccia, ma richiede una strategia più chiara.
Da un lato, collaborare con la distribuzione attraverso programmi private label può offrire volumi, continuità e accesso diretto al consumatore. Dall’altro, chi vuole costruire o mantenere un proprio brand deve dimostrare un valore aggiunto concreto, non solo dichiarato.
Nel mercato dei piccoli frutti, il futuro del branded non dipenderà dalla semplice presenza del marchio sulla confezione, ma dalla capacità di trasformare quel marchio in una promessa credibile: qualità costante, gusto riconoscibile, servizio alla distribuzione e fiducia per il consumatore finale.

