Goji: da bacca del lupo a star della nutraceutica

Il mercato delle bacche di goji è esploso nel 2014, quando anche la grande distribuzione si è lanciata su questo prodotto, promuovendo soprattutto le bacche essiccate provenienti dalla Cina. Si tratta di un frutto che inizialmente faceva sperare in un rapido incremento e quindi un potenziale interessante per i produttori ma oggi sta faticando ad uscire dalla nicchia dei prodotti nutraceutici e non rappresenta più una cultura che attrae nuovi investimenti rilevanti. Possiamo equiparare i goji a dei “beni di lusso” a cui si accosta il desiderio, più che la necessità.

Le piante di goji producono una bacca elissoidale rosso-arancio lunga 2 cm circa, dal sapore dolce e piccante allo stesso tempo e sono considerate una parte importante della medicina tradizionale cinese da oltre 2000 anni, grazie alle proprietà medicinali e alla composizione chimica. Furono proprio gli agricoltori cinesi a scoprire queste bacche, quando osservarono dei lupi mangiarle. Per questo motivo sono conosciute anche come “wolfberry”. Ed è proprio l’estesa famiglia delle Solanaceae, che spazia dal pomodoro, alla melanzana, alla patata, a comprendere anche queste bacche.

Bacche di goji essiccate

Lycium barbarum e Lycium chinense sono originari dell’Asia, infatti in termini di volumi commerciali, troviamo al primo posto la Cina, che nelle regioni di Xinjiang, Shaanxi, Gansu, Habei, Mongolia interna, ma anche Giappone, Corea e Taiwan arriva ad una produzione di 95.000 tonnellate/anno derivanti da 82.000 ettari di terreno coltivato.

Restando, invece, sul territorio nazionale, si coltiva goji fresco dall’Alto Adige alla Calabria: in Toscana troviamo Bio Fattorie Toscane in Val di Chiana aretina e Toscana GojiNatural Goji a Fondi, in provincia di Latina, che offre la possibilità di acquistare anche le piante oltre che le bacche fresche; Suedtirol Goji che coltiva le solanacee nella Valle dei Molini in Alto Adige, Italgoji a Villareggia (TO), in Canavese. C’è, anche la rete d’imprese Lykion, che riunisce una trentina di aziende calabresi ed esiste addirittura un Consorzio Goji Italia, specializzato nella fornitura di piante e concimi.

In termini di resa, ad un investimento di 30.000 euro per ettaro necessario alla coltivazione, corrisponde un prezzo di vendita al consumatore di circa 20 euro al chilo.

Questa specie è stata recentemente considerata alimento funzionale grazie alle sue proprietà antiossidanti, ipoglicemizzanti, antitumorali: sono stati effettuati diversi studi sul complesso polisaccaridico dei goji  e si sono riscontrati effetti benefici in relazione all’abbassamento del livello di glucosio nel sangue e sull’impatto di colesterolo totale (LDL e HDL) e trigliceridi. Queste bacche sono dunque in grado di abbassare i livelli di colesterolo e la pressione sanguigna, rafforzare il sistema immunitario, regolare i livelli di glucosio nel sangue e controllare l’equilibrio ormonale, inoltre, sono un ottimo alleato per il controllo del peso corporeo e per il rallentamento dei processi d’invecchiamento.

Inizialmente, i “wolfberries” hanno attirato un’intensa attenzione che ha portato ad una rapida crescita dei consumi per il loro valore nutraceutico documentato: vengono tradizionalmente cotti o essiccati prima del consumo, utilizzati come tisane, o in abbinamento a piatti sia a base di carne che vegetariani. Inoltre, i goji sono utilizzati per la produzione di succo, mescolati nello yogurt con altra frutta, alla base di barrette energetiche, tisane, marmellate e frullati.

Sotto il profilo culturale, questa specie mostra limitate esigenze: si adatta a diversi tipi di terreno e non presenta elevati fabbisogni idrici, predilige aree soleggiate e terreni adeguatamente drenati. Sebbene siano classificati come prodotti di nicchia, le qualità benefiche hanno fatto sì che il loro consumo abbia superato il limite di stagionalità e che la domanda sia cresciuta per uso domestico, industriale, ma anche da parte di case farmaceutiche e soprattutto di aziende produttrici di integratori alimentari.

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