di Riccardo Marinelli.
In ricordo di Carlo Petrini, e dei quattro braccianti morti nelle campagne del Cosentino
Quando allungo la mano al supermercato per prendere un cestino di fragole, il primo pensiero è sempre il gusto. Sapendo che sono per mio figlio, non voglio deludere le sue aspettative. Cerco il colore giusto, la brillantezza, la varietà che penso possa essere più dolce. E in quei pochi secondi l'aspetto e l'imballaggio diventano una promessa di un frutto buono.
Eppure dentro quei 4/5 euro di valore, Carlo Petrini mi ha insegnato a cercare anche un altro valore. A chiedermi come quel cibo arriva fino a noi. Chi lo raccoglie? In quali condizioni? Con quale dignità?
Siamo abituati a pensare al cibo soprattutto come prodotto partendo da calibro, resa, estetica, prezzo, disponibilità e, nella migliore delle ipotesi, un auspicabile buon gusto e grado zuccherino. Slow Food ci ha insegnato invece che il cibo è molto di più, è soprattutto relazione tra persone e territori; riguarda quindi paesaggi, lavoro, cultura, dignità e giustizia sociale. Nello slogan del movimento "Buono, pulito e giusto per tutti" c’è una visione e un modo diverso di guardare all'agricoltura e al valore reale del cibo.
Per questo la morte dei quattro lavoratori pakistani nelle campagne del Cosentino non può essere archiviata come una tragica notizia di cronaca. È una domanda che entra direttamente nei nostri supermercati, nei nostri magazzini, nelle nostre trattative di acquisto, nei nostri gesti quotidiani.
Un consumatore lontano dalle zone di produzione come me è abituato a confrontarsi con il gusto e il prezzo che, come sappiamo bene, cresce di anno in anno. Nella migliore delle ipotesi, se ha una sensibilità ambientale, valuterà prodotti a minore impatto. Ma raramente ci si chiede quale sia l'impatto sociale di quelle fragole nel territorio di produzione. Quanto è reale il rischio che la filiera che ha davanti stia ancora, in qualche modo, generando condizioni di sfruttamento per chi le lavora.
Di fronte a questi fatti, allora, rivolgo la domanda direttamente ai lettori di Italian Berry. Nel vostro agire quotidiano avete a che fare con lavoratori sottopagati, turni massacranti, trasporti disumani, invisibilità sociale? Avete mai incrociato un caporale? E se sì, lo ritenete un'anomalia del sistema o il sintomo di qualcosa di strutturale, il prodotto di una filiera che tende a comprimere sempre di più i prezzi senza interrogarsi sulle conseguenze umane? Come viene gestito lo sviluppo tecnologico in relazione al lavoro e all’occupazione delle persone del territorio? E cosa succederebbe, concretamente, se il prezzo che paghiamo per le fragole includesse davvero nel costo un valore minimo per la retribuzione del lavoro?
Cercando la risposta nei dati si finisce nel rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, elaborato da Eurispes, Coldiretti e Fondazione Osservatorio Agromafie e presentato nel maggio 2025, che restituisce un quadro che dovrebbe far riflettere ogni operatore della filiera. Il business delle agromafie viene stimato nell’ordine dei 25,2 miliardi di euro, una cifra che negli ultimi anni è risultata in forte crescita.
Il Rapporto descrive inoltre la nascita di organizzazioni transnazionali che organizzano l'arrivo di lavoratori dal subcontinente indiano in cambio di ingenti somme, per poi costringerli a lavorare in condizioni di sfruttamento per saldare il debito contratto. Quei quattro lavoratori pakistani morti nel Cosentino non sono necessariamente un caso isolato: si inseriscono quindi dentro un sistema sommerso che merita attenzione.
E non è un fenomeno solo meridionale. Nel Nord Italia il caporalato assume forme più articolate con cooperative che impongono ai braccianti l'adesione formale senza garantire alcun vantaggio reale, con retribuzioni spesso significativamente inferiori rispetto ai contratti nazionali.
200.000 lavoratori agricoli irregolari in Italia
6.000 € retribuzione media lorda annuale di un bracciante
59% delle aziende agricole ispezionate presenta irregolarità
25,2 mld € il business delle agromafie, raddoppiato in un decennio
Fonti: VII Rapporto Agromafie e Caporalato, FLAI-CGIL Osservatorio Placido Rizzotto (dic. 2024) · 8° Rapporto Crimini Agroalimentari, Eurispes-Coldiretti-Fondazione Osservatorio Agromafie (mag. 2025)
Non tutta la filiera è così, chiaramente, ed è giusto dirlo. Esistono produttori che pagano contratti regolari, buyer che hanno adottato audit sociali, certificazioni che tentano di rendere visibile ciò che normalmente resta invisibile. Tuttavia c'è una parte del sistema che sta pagando la differenza di prezzo che non paghiamo per quel cestino di fragole e non ha nome sui giornali finché non muore in un campo del Cosentino.
Riconoscere il problema non significa colpevolizzare chi compra o chi vende. Significa smettere di trattare il prezzo come l'unica variabile che conta.
Carlo Petrini ci ha insegnato che qualità e giustizia non sono in contraddizione e il gusto di un frutto e la dignità di chi lo raccoglie possono andare nella stessa direzione.

