Negli ultimi vent'anni, la Valtellina ha assistito a una trasformazione agricola silenziosa ma straordinaria. Accanto alla storica tradizione della viticoltura e della frutticoltura, si è fatta strada una nuova eccellenza: il mirtillo gigante. Per comprendere a fondo gli aspetti agronomici, logistici ed economici di questa filiera, abbiamo intervistato Luca Folini, responsabile del settore frutticolo della Fondazione Fojanini di Studi Superiori, l'ente che ha guidato questa rivoluzione, e Emma Fendoni, responsabile amministrativa della Cooperativa Vitivinicola Montagna.
Le origini e la storia: dalla sperimentazione al successo
Come e quando nasce l'idea di coltivare il mirtillo gigante in Valtellina?
Luca Folini: Siamo partiti fondamentalmente nei primi anni 2000. All'epoca, i vecchi direttori della Fondazione Fojanini, nelle figure di Fabio Rava e Graziano Murada, si interessarono a questa coltura grazie alla collaborazione con l'Università degli Studi di Milano e in particolare con il Professor Tommaso Eccher, una figura storica dell'arboricoltura italiana. Il professor Eccher intuì subito che i terreni valtellinesi, caratterizzati da una forte acidità naturale, potevano essere l'habitat perfetto per il mirtillo gigante.

Per dare un'idea della nostra evoluzione: nel 2000 avevamo appena 100 piante sperimentali. Oggi siamo arrivati a circa 200.000 piante in produzione. Questo sviluppo iniziale è stato possibile anche grazie alle Comunità Montane, che hanno creduto nel progetto, finanziando i primi impianti, con l'obiettivo di recuperare aree marginali o svantaggiate del territorio.
La Valtellina aveva già una familiarità storica con questo piccolo frutto?
Luca Folini: Sì, la valle ha sempre avuto una fortissima tradizione legata al mirtillo selvatico. In passato, in diversi comuni montani, la raccolta spontanea in alta quota era un'attività molto diffusa, anche se oggi questa risorsa è quasi del tutto scomparsa. Questa memoria storica ha indubbiamente facilitato l'accettazione e la penetrazione sul mercato del mirtillo coltivato, poiché il consumatore locale conosceva e apprezzava già il prodotto.
Va comunque detto, per onestà intellettuale, che all'inizio siamo andati a studiare in Trentino per capire come lavoravano. Grazie al supporto della Fondazione Edmund Mach (San Michele all'Adige) e della cooperativa Sant'Orsola – dove incontrammo il tecnico Andrea Perger, con cui collaboriamo ormai da quasi trent'anni – abbiamo impostato i primi sesti d'impianto e selezionato le prime varietà.

Ci risulta che l'approvvigionamento del materiale vivaistico iniziale abbia avuto una genesi quasi "epica". Ci racconta quel passaggio?
Luca Folini: È così. Il primo grande ordine di piante fu fatto direttamente a Fall Creek, un vivaio leader situato in Oregon, negli Stati Uniti. Le piante attraversarono l'oceano via nave all'interno di un container, sbarcarono in Olanda, e da lì proseguirono su gomma fino alla dogana italiana.
Alla dogana, la spedizione fu bloccata per ben 15 giorni per accertamenti fitosanitari. Ricordo ancora il professor Eccher che, preoccupatissimo per la sorte delle piantine, si recava in dogana anche più volte al giorno per controllare se fossero ancora vive. Fortunatamente non fu necessaria la quarantena, le piante vennero sdoganate in ottima salute e da lì potemmo finalmente avviare i primi impianti strutturati.
Il "Terroir" valtellinese e le tecniche colturali
Quali sono i fattori pedoclimatici che rendono la Valtellina così vocata per questa specie?
Luca Folini: Il nostro vantaggio competitivo assoluto è il terreno. Il mirtillo gigante richiede terreni acidi; in Valtellina abbiamo pH estremamente bassi e non sappiamo cosa siano il calcare attivo o i carbonati nel suolo. In queste condizioni la pianta vegeta in modo straordinario. Abbiamo impianti storici di oltre vent'anni con piante che superano i 3 metri d'altezza. Addirittura, i primi test effettuati con varietà di tipo Rabbiteye hanno mostrato uno sviluppo vigoroso fino a 6 metri d'altezza, tanto da richiedere l'uso di scale per la raccolta, rendendole di fatto ingestibili e costringendoci a ricalibrare le scelte gestionali.

Come sono gestiti gli impianti dal punto di vista agronomico?
Luca Folini: In Valtellina, l'80% o 90% della produzione avviene in piena terra. Una volta individuato il suolo acido adatto e garantita la possibilità di irrigare, la pianta cresce quasi da sola. L'irrigazione resta comunque un fattore indispensabile per garantire rese costanti.
La gestione logistica e il ruolo cooperativo
La frammentazione dei produttori in micro-aziende non rischiava di compromettere i rapporti con i grandi fornitori di genetica come Fall Creek? Come avete risolto questo collo di bottiglia?
Luca Folini: Questo è stato un passaggio cruciale per la sopravvivenza della filiera. Andrea Pergher di Fall Creek, durante una delle sue visite in valle, fu molto chiaro: ci spiegò che un vivaio globale non poteva gestire la logistica e la contrattualistica per 100 micro-aziende che ordinavano lotti minimi da 50, 100 o 200 piante l'una. La scelta era drastica: o si trovava una soluzione organizzativa centralizzata, o la Valtellina sarebbe stata esclusa dalle loro forniture.

Come Fondazione Fojanini abbiamo svolto un ruolo di facilitatore neutrale, poiché per statuto non vendiamo piante. L'intuito decisivo è stato quello di coinvolgere la Cooperativa Vitivinicola Montagna, che ha stretto un accordo diretto con Fall Creek. Le piante ordinate vengono spedite direttamente dai centri vivaistici in Olanda o in Spagna alla sede della cooperativa, che gestisce lo sdoganamento, la ricezione e si occupa di ripartire le piantine ai singoli coltivatori in base alle loro richieste. Questo ci ha permesso di garantire ai nostri produttori materiale vivaistico di altissima qualità.
Dottoressa Fendoni, la Cooperativa Vitivinicola Montagna ha alle spalle una lunga storia sul territorio. Qual è la vostra missione originaria e in che modo avete strutturato i servizi per supportare i piccoli coltivatori in questa nuova avventura dei piccoli frutti?
Emma Fendoni: La nostra cooperativa è nata ormai 50 anni fa proprio come realtà vitivinicola, con l'obiettivo fondamentale di riunire le aziende agricole del nostro territorio. Nel corso degli anni, partendo dalla forte specializzazione nella viticoltura, ci siamo progressivamente orientati anche verso altri comparti, come la frutticoltura e, appunto, i piccoli frutti. Storicamente offriamo ai soci tutti i mezzi tecnici e i prodotti necessari per lo svolgimento delle attività agricole, oltre a svolgere servizi operativi diretti, in particolare in campo viticolo, come la lavorazione dei vigneti, i trattamenti e le attività di raccolta.
Per quanto riguarda i piccoli frutti, abbiamo avviato un progetto di conferimento di mirtilli, ciliegie e lamponi con diverse aziende socie della cooperativa. Questa iniziativa nasce con uno scopo economico e logistico ben preciso: ridurre i costi di commercializzazione per le singole micro-aziende. Centralizzando il trasporto refrigerato, la logistica e l'intera gestione della fatturazione in un'unica struttura, riusciamo ad alleggerire i produttori da oneri pesanti. Si tratta di un progetto che sta dando ottimi risultati in Valtellina.

Struttura economica e impatto sociale della filiera
Tornando alla struttura del comparto, dottor Folini, che tipo di impatto economico e sociale ha generato questa rete di produttori?
Luca Folini: La filiera ha assunto una forte valenza sociale. Si è sviluppata una rete fittissima di micro-aziende e imprese a conduzione familiare. All'inizio, i grandi produttori ortofrutticoli focalizzati sulla melicoltura, che gestiscono superfici importanti da 10-15 ettari, sono stati molto restii a investire sul mirtillo, preferendo rimanere specializzati sul loro settore.
Questo scetticismo non ha però frenato la crescita delle piccole realtà locali. La risposta del territorio è stata eccezionale: nessuna coltura in Valtellina ha registrato tassi di crescita simili negli ultimi anni. Un dato straordinario che certifica la sostenibilità economica di questa scelta è che il 90% delle aziende nate in questi vent'anni non ha mai chiuso né ha abbandonato la coltivazione. Oggi i nuovi produttori che si affacciano al settore sono molto più preparati, hanno competenze tecniche avanzate e sanno esattamente a quali investimenti e sfide vanno incontro.

Quali sono i numeri attuali del comparto in Valtellina?
Luca Folini: Oggi la coltivazione si estende lungo tutta la valle, coprendo un asse geografico di circa 80 chilometri, dalla zona di Delebio (prima di Morbegno) fino all'Alta Valtellina. Le aziende attive sono più di un centinaio. In termini di superfici, parliamo di circa 150-180 ettari complessivi, quasi interamente coltivati con piante di origine americana (Fall Creek). La resa media si attesta intorno ai 100 quintali per ettaro. Il comparto continua a espandersi: ogni anno vengono messe a dimora tra le 3.500 e le 4.500 nuove piante a livello locale.
Canali di mercato, criticità e prospettive future
Dottoressa Fendoni, qual è l'andamento commerciale del mirtillo valtellinese sul mercato e come si comportano i consumatori?
Emma Fendoni: La vendita del mirtillo in Valtellina è prevalentemente realizzata attraverso il canale privato e il piccolo commercio al dettaglio. Abbiamo la fortuna di operare in una zona a forte vocazione turistica. Un prodotto di alta qualità e freschezza come quello commercializzato dalla nostra cooperativa esercita un grandissimo appeal sul consumatore e sul turista che frequenta la Valtellina anche solo per pochi giorni, garantendo un ottimo posizionamento commerciale.
Folini, quali sono gli altri canali strategici e come viene percepita la stagionalità del mirtillo?
Luca Folini: Il mercato risponde benissimo e non abbiamo problemi di invenduto. Uno dei nostri canali storici e strategici è la Svizzera. La vicinanza geografica ci favorisce enormemente: i consumatori svizzeri sono grandi estimatori del mirtillo e assorbono una quota rilevante della nostra produzione.
A livello regionale, registriamo una domanda fortissima nelle aree turistiche interne alla valle, come Livigno e Bormio, ma anche fuori provincia, in particolare nel territorio della Brianza, dove abbiamo canali di vendita diretta molto performanti. Inoltre, il consumatore locale ha sviluppato una forte consapevolezza sulla stagionalità del prodotto: sa che la disponibilità del mirtillo fresco si concentra in una finestra di 2-3 mesi durante l'estate e attende quel periodo specifico dell'anno per acquistarlo.

Quali sono le principali sfide agronomiche e operative su cui la Fondazione Fojanini sta lavorando per il futuro della filiera?
Luca Folini: La nostra principale criticità agronomica è legata al calendario di maturazione. La Valtellina è protetta a nord dalla catena delle Alpi Retiche, che ci ripara dai venti freddi e dalle gelate, ed è influenzata positivamente dal Lago di Como e dal vento Breva. Questo crea un microclima caldo, quasi mediterraneo, che tende a concentrare e ad anticipare la maturazione del prodotto. Il nostro vero problema non è il prodotto precoce, ma la mancanza di prodotto tardivo nei mesi di agosto e settembre. Stiamo lavorando per introdurre varietà più tardive, anche se oggi riusciamo in parte a compensare questo deficit grazie all'introduzione di nuove varietà a maggiore conservabilità e al miglioramento delle tecniche di conservazione in cella frigorifera.
Sul fronte operativo, l'ostacolo maggiore è il costo della raccolta, che rappresenta la voce di spesa principale del conto colturale. Avendo micro-superfici, la meccanizzazione della raccolta è impossibile; tutto deve essere raccolto rigorosamente a mano. Per questo motivo, la scelta agronomica deve ricadere su varietà che garantiscano non solo alta produttività e resa commerciale, ma anche facilità e rapidità di stacco manuale per contenere i costi di manodopera. Un obiettivo concreto che vorremmo realizzare a breve è l'acquisto di una macchina selezionatrice collettiva a livello di valle, per automatizzare la fase di cernita e confezionamento, riducendo sensibilmente i costi post-raccolta per i piccoli coltivatori.

Per quanto riguarda il marketing, esiste un brand che valorizza questa produzione?
Luca Folini: Sì, insieme ad alcuni soci della Cooperativa di Montagna è stato registrato un piccolo marchio locale chiamato Valle Blu. C'è anche la volontà di strutturare in futuro un vero e proprio marchio d'area dedicato al "Mirtillo della Valtellina".
Fino ad oggi non abbiamo mai fatto investimenti significativi sul marketing o sulla pubblicità perché la domanda spontanea è talmente alta che tutto il prodotto viene venduto facilmente e a prezzi remunerativi. Sappiamo però che la competizione globale sta crescendo rapidamente e che nei prossimi anni dovremo farci trovare pronti. Gli Stati Uniti ci insegnano che la promozione va spinta non appena il prodotto è pronto; la Valtellina ha ancora una prateria di opportunità comunicative da esplorare per valorizzare la distintività del suo "oro blu".

