Il mirtillo italiano cresce nei consumi, ma resta fragile sul piano competitivo. È questa la contraddizione che oggi attraversa una delle categorie più dinamiche dell’ortofrutta nazionale. Da un lato, la domanda corre: nell’ultimo anno gli acquisti domestici di mirtilli in Italia sono aumentati del 41% in volume e del 35% in valore, confermando un mercato ancora in piena espansione. Dall’altro, il sistema produttivo nazionale si trova esposto a pressioni sempre più forti, interne ed esterne, che impongono una riflessione non più rinviabile.
Il punto non è se il mirtillo italiano abbia un futuro. Il punto è capire quale futuro potrà avere: uno di sopravvivenza, affidato all’inerzia e alla tenuta di singole aziende, oppure uno di rilancio, fondato su produttività, qualità, innovazione e organizzazione di filiera.
Un mercato in crescita non basta più
Il boom dei consumi non garantisce automaticamente stabilità ai produttori. In un mercato globale sempre più integrato, il prezzo non si forma più solo nei campi italiani, ma dentro un sistema competitivo molto più ampio e aggressivo. La geografia, da sola, non è più un vantaggio competitivo sufficiente.
Mentre l’Italia continua a ragionare in termini di posizionamento locale, nuovi player si stanno muovendo con velocità e scala ben diverse. La Romania, ad esempio, sta impiegando fondi europei per sviluppare impianti di oltre 100 ettari, con una finestra commerciale che si sovrappone direttamente a quella estiva italiana. La Georgia, invece, ha trasformato la precocità in una leva strategica per arrivare sul mercato prima del resto d’Europa. E poi c’è la Serbia, un caso che merita attenzione non solo per i volumi, ma per ciò che suggerisce all’Italia: quanto può essere rischioso concentrare un intero sistema produttivo su una sola varietà e su una finestra di vendita troppo compressa?

La domanda, per il comparto italiano, è tanto semplice quanto scomoda: stiamo costruendo una filiera resiliente o stiamo replicando fragilità che altri Paesi hanno già sperimentato?
La vera debolezza è tecnica, non climatica
Se la competizione internazionale si fa più dura, l’Italia deve però fare i conti anche con i propri limiti strutturali. Uno dei dati più significativi riguarda la produttività: la resa media italiana del mirtillo è di 7,8 tonnellate per ettaro, contro le 13,8 tonnellate del Sud Europa e le 9,0 tonnellate del Centro-Nord Europa.
Non si tratta di un semplice scarto statistico. È un differenziale che pesa sulla sostenibilità economica degli impianti e sulla capacità di competere. E soprattutto, secondo le analisi più avanzate, non è il clima a spiegare questo divario. Il nodo è tecnico: scelte varietali, gestione agronomica, modelli produttivi, organizzazione aziendale, efficienza della raccolta, qualità del post-raccolta.
In altri termini, il vantaggio competitivo non dipende più soltanto da dove si coltiva, ma da come si coltiva, da cosa si coltiva e con quale visione si imposta l’intero progetto produttivo.

Manodopera: il vincolo che attraversa tutta la filiera
Tra le criticità più urgenti emerge poi il tema della manodopera, sempre più costosa, difficile da reperire e decisiva per la redditività aziendale. Il problema non riguarda solo la fase di raccolta, ma l’intera sostenibilità organizzativa del comparto.
È qui che si apre una delle questioni più sensibili per il futuro del mirtillo italiano: come affrontare l’aumento dei costi e la scarsità di personale in un contesto in cui molti competitor internazionali stanno accelerando sulla raccolta meccanizzata? Il confronto non può essere eluso. Perché, se il resto del mondo investe in efficienza e automazione, l’Italia non può pensare di restare competitiva confidando soltanto nella qualità percepita del proprio prodotto.
La sfida sarà riuscire a conciliare efficienza e valore, contenimento dei costi e mantenimento di standard elevati, shelf life e posizionamento commerciale.
Frammentati o organizzati: la partita decisiva
Ma la questione forse più profonda riguarda la struttura stessa del comparto. In molti Paesi concorrenti, i produttori operano all’interno di sistemi più coesi, sostenuti da associazioni nazionali forti e riconoscibili, capaci di fare massa critica, orientare il confronto strategico e rafforzare il posizionamento dell’intero settore. Accade in Georgia, Francia, Portogallo, Ucraina. Non sempre con gli stessi modelli, ma con una logica comune: competere come sistema.
L’Italia, invece, continua a mostrarsi spesso frammentata. E in una fase in cui il mercato premia continuità, affidabilità, shelf life, identità varietale e capacità di servizio, questa frammentazione rischia di diventare un freno pesante.
Il vero bivio è qui: vogliamo restare in partita inseguendo il prezzo, oppure vogliamo costruire un posizionamento più forte fondato su qualità reale, organizzazione di filiera e maggiore visione strategica?
Macfrut 2026: il confronto sul futuro del mirtillo italiano
Fiera di Rimini, 21-23 aprile 2026
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Non è più tempo di rimandare
Il mirtillo italiano si trova davanti a un passaggio decisivo. La domanda cresce, ma il mercato corre ancora più veloce. I concorrenti si strutturano, investono, anticipano, si aggregano. L’Italia, per restare protagonista, dovrà superare alcuni nodi che finora hanno limitato il pieno sviluppo del comparto: produttività troppo basse, dipendenza varietale, costi crescenti, manodopera sempre più critica e scarsa capacità di fare sistema.

Il futuro non dipenderà solo dalle nuove superfici o dalle nuove varietà, ma dalla capacità di organizzare una filiera più efficiente, più coesa e più orientata al mercato. Per questo il confronto di Macfrut 2026 si annuncia come uno dei momenti più rilevanti per chi vuole capire non soltanto dove sta andando il settore, ma anche chi sarà davvero in grado di restarci.
La sfida non è competere meno. È competere meglio.

