16 mar 2026

Mirtillo Duke in vaso: la chiave è una nutrizione equilibrata

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Coltivare mirtilli dove il suolo non è naturalmente adatto non è semplice. Lo sanno bene molti produttori italiani, soprattutto nelle aree del Centro Italia, dove i terreni tendono a essere alcalini e quindi poco favorevoli alla coltivazione del mirtillo. Proprio per questo, una ricerca condotta nelle Marche offre indicazioni interessanti per il settore: la coltivazione fuori suolo, accompagnata da una gestione attenta della nutrizione, può migliorare crescita e produttività delle piante.

Lo studio, pubblicato su Applied Sciences, ha preso in esame il comportamento del mirtillo gigante americano Vaccinium corymbosum cv. Duke, una delle varietà più diffuse, coltivato in vaso e alimentato con tre diversi livelli di soluzione nutritiva.

Il prof. Bruno Mezzetti ha sottolineato a Italian Berry l’importanza di "rafforzare la sperimentazione tecnica sul mirtillo direttamente nelle aziende agricole, alla luce della crescente diffusione della coltura in areali sempre più diversi". 

Secondo Mezzetti, "individuare e verificare nelle diverse realtà produttive le soluzioni agronomiche più efficaci è un passaggio decisivo per ottimizzare i sistemi di coltivazione, assicurando al tempo stesso qualità al consumatore e sostenibilità economica e tecnica per l’agricoltore". Un lavoro che, ha evidenziato, contribuisce anche a far crescere le competenze professionali degli stessi produttori.

Il contesto: coltivare mirtilli anche dove il terreno non aiuta

Il mirtillo è un frutto sempre più apprezzato dai consumatori, sia per il gusto sia per le sue proprietà nutrizionali e salutistiche. Ma dal punto di vista agronomico resta una coltura esigente: ha bisogno di terreni acidi, ben drenati e ricchi di sostanza organica. Quando queste condizioni non ci sono, la coltivazione diventa più complicata.

Per questo motivo, i ricercatori hanno valutato il sistema fuori suolo come soluzione alternativa. La prova è stata realizzata nel 2020 a Lapedona, nelle Marche, in un’area dove i terreni hanno pH alcalino e quindi non sono naturalmente adatti al mirtillo. Le piante di Duke sono state coltivate in contenitori con un substrato specifico per piccoli frutti, così da superare i limiti del terreno naturale.

Tre strategie di nutrizione a confronto

L’obiettivo era capire quale livello di nutrizione potesse garantire il miglior equilibrio tra crescita, produzione e qualità dei frutti.

Sono stati messi a confronto tre livelli di soluzione nutritiva somministrata tramite fertirrigazione, dove la concentrazione dei nutrienti è stata misurata tramite la conduttività elettrica (EC):

  • T1: 790 µS cm−1

  • T2: 890 µS cm−1

  • T3: 990 µS cm−1

In pratica, si trattava di tre diversi livelli di intensità della nutrizione, da uno più basso a uno più elevato.

Il risultato migliore arriva dal livello intermedio

Dai risultati è emerso con chiarezza che il trattamento intermedio (T2) è stato il più efficace. Le piante hanno mostrato una crescita vegetativa più vigorosa, con germogli più sviluppati e un numero maggiore di rami e gemme a fiore.

Anche sul piano produttivo, T2 ha registrato la resa più alta, oltre a frutti mediamente più voluminosi rispetto agli altri due trattamenti.

Il dato più interessante è che la dose più alta di nutrienti non ha portato benefici aggiuntivi. Quando l’apporto nutritivo è aumentato ulteriormente con T3, i risultati non sono migliorati. Questo suggerisce che nel mirtillo l’equilibrio nutrizionale è più importante dell’eccesso di fertilizzazione.

Un altro aspetto rilevante riguarda la qualità organolettica dei frutti. I diversi livelli di nutrizione non hanno determinato differenze significative nei parametri principali, come contenuto zuccherino e acidità.

In altre parole, un apporto nutritivo moderato ha permesso di aumentare la produzione senza compromettere il gusto delle bacche, un fattore importante per chi punta sia alla resa sia alla qualità commerciale.

I composti nutrizionali seguono logiche diverse

Sul piano nutrizionale emergono alcune differenze interessanti. Le piante che hanno ricevuto il livello più basso di nutrienti (T1) hanno mostrato una tendenza verso contenuti più elevati di antociani e maggiore capacità antiossidante, anche se senza differenze statisticamente significative.

Al contrario, i trattamenti con maggiore disponibilità di nutrienti hanno favorito un contenuto più elevato di polifenoli totali. Questo suggerisce che la gestione della nutrizione può influenzare in modo diverso i composti bioattivi presenti nei frutti.

Emerge quindi che la coltivazione fuori suolo rappresenta una soluzione concreta per produrre mirtilli anche in territori con suoli non ideali. Nel caso della varietà Duke, la strategia nutrizionale più efficace è risultata quella intermedia, capace di sostenere bene la crescita e garantire una produzione più elevata.

Per molte aree italiane non tradizionalmente vocate, questo approccio può aprire nuove opportunità produttive. Va però ricordato che i dati si riferiscono al primo anno produttivo completo, quindi saranno necessari ulteriori monitoraggi nel tempo.

Uno spunto importante per il futuro del settore

In un contesto in cui il comparto dei piccoli frutti cerca modelli produttivi più efficienti e adattabili ai diversi territori, studi come questo aiutano a individuare soluzioni pratiche per i produttori.

Secondo la ricerca anche in ambienti meno favorevoli è possibile coltivare mirtilli con buoni risultati, se si adottano tecniche adeguate. E nel caso del mirtillo Duke coltivato fuori suolo nelle Marche, la chiave sembra essere una nutrizione ben calibrata, equilibrata e gestita con precisione.

Fonte: Mecozzi, F.; Gasparrini, A.; Mazzoni, L.; Marcellini, M.; Balducci, F.; Mezzetti, B.; Raffaelli, D.; Pergolotti, V.; Qaderi, R.; Malavolta, G.; et al. Impact of Fertilization Regimes on the Vegetative Growth, Yield, Organoleptic, and Nutritional Quality of Vaccinium corymbosum cv. Duke. Appl. Sci. 2026, 16, 2167. https://doi.org/10.3390/app16052167 

Fonte immagine: Antico Pomario


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