Residuo zero, il nuovo mirtillo di Sant’Orsola

Sant’Orsola ha introdotto una nuova linea di prodotto per i suoi mirtilli: il residuo zero, certificato da CSQA secondo il proprio standard DTP 021. Per il residuo zero la certificazione di CSQA “garantisce la insussistenza di residui da fitofarmaci nel frutto in vendita” e “certifica che il residuo di fitofarmaci è inferiore al limite minimo quantificabile ovvero è inferiore a 0,001 parti per milione”.

Sulla confezione è presente anche il tricolore con il testo “100% italiano” che contraddistingue il prodotto proveniente da produttori italiani. Il prodotto residuo zero riguarda solamente prodotto italiano; le regioni coinvolte sono Calabria e Sicilia a motivo delle favorevoli condizioni produttive che si registrano in quelle aree. Viene raccolto nei mesi di marzo, aprile e maggio ed è solo in questo periodo che, per ora, è possibile trovarlo in vendita. Secondo la cooperativa sono in atto progetti per estendere il più possibile, nei prossimi anni, le aree di produzione.

Sant’Orsola afferma che si tratti del primo mirtillo di questo tipo in offerta sul mercato italiano. Per l’Osservatorio Piccoli Frutti di myfruit.it non ci sono altre linee di prodotto con la stessa certificazione in vendita nella GDO italiana, mentre a livello europeo Carrefour ha da tempo in assortimento una linea a residuo zero nei propri punti vendita francesi, venduta al prezzo fisso annuale di Eur 4.50 per il 300g e Eur 6.50 per il 500g.

In occasione delle rilevazioni compiute nei punti vendita di Padova il 18/3/2021, l’Osservatorio Piccoli Frutti ha potuto riscontrare la positiva accoglienza ricevuta da questa nuova referenza della cooperativa trentina: nel supermercato visitato il prodotto era infatti quasi esaurito e una sola confezione era disponibile a scaffale (ulteriori informazioni relative a punto vendita, prezzo, qualità, posizionamento ecc sono disponibili per gli abbonati al servizio). Le reazioni del pubblico sembrano quindi confermare la soddisfazione espressa da Sant’Orsola per i primi riscontri ricevuti nelle vendite.

Questa linea è in vendita presso la Grande distribuzione organizzata, nei migliori negozi di ortofrutta ed in selezionati canali on line in tre opzioni di packaging: la confezione “plastic free” da 125 grammi, il bicchierino da 100 grammi o il cestino clamshell da 125 grammi.

La confezione BERRYNESS ECO 100% plastic free, con il cestino in carta e la pellicola di cellulosa

“Il progetto ambizioso del mirtillo residuo zero – sottolinea Matteo Bortolini, direttore generale della Sant’Orsola – vuole esaudire il crescente desiderio dei consumatori di acquistare frutta sempre più salutare e risponde alla volontà della nostra Cooperativa di garantire la completa sostenibilità della filiera produttiva. Con il mirtillo residuo zero ribadiamo e rinforziamo il nostro annoso impegno nel campo della sostenibilità, intervenendo in modo mirato nella fase produttiva, di lavorazione e commercializzazione. La novità consente inoltre al nostro brand di ampliare la gamma di prodotti entrando in un nuovo segmento di mercato”.

Il cammino verso la certificazione residuo zero è iniziato da alcuni anni, scegliendo le aree italiane più adatte ai particolari e precisi metodi di tutela e difesa richiesti, formando appositamente i soci della Cooperativa e garantendo loro continua e puntuale assistenza da parte dello staff di tecnici”.

Secondo Bortolini, Sant’Orsola “per ottenere il mirtillo residuo zero ha lavorato sulla ricerca di varietà meno suscettibili di malattie, soprattutto per individuare le condizioni di crescita necessarie alla minima o nulla diffusione di patogeni e parassiti dannosi, in modo da difendere le piante selezionate tra le varietà più adatte. Ha sperimentato e praticato particolari metodi di potatura ed utilizza insetti utili ed acari non dannosi per la coltivazione, ma che si cibano proprio di quelli dannosi per il mirtillo. Inoltre, usa reti protettive e prodotti naturali per la difesa dagli insetti stessi e da funghi. Proprio il gran lavoro di squadra praticato dai tecnici esperti e dai soci della Cooperativa ha consentito di annullare l’impiego di fitofarmaci o di usarli in dosi ridottissime ed assai prima della maturazione e della raccolta dei frutti. Ciò garantisce che gli eventuali residui siano  degradati a tal punto da non essere nemmeno misurati dagli strumenti analitici impiegati per la loro rilevazione.”

Il processo per ottenere la certificazione prevede il controllo e la gestione della filiera da parte di chi richiede la certificazione, una fase di studio del comportamento della degradazione dei principi attivi, la definizione di un disciplinare di produzione integrata con l’obiettivo dell’abbattimento totale dei residui, un adeguato piano dei controlli anche analitici interni alla filiera, un sistema di rintracciabilità in tutte le varie fasi ed un riesame periodico del disciplinare di produzione integrata.

Il segmento del “residuo zero” è una novità del reparto ortofrutticolo e sono ancora sporadiche le linee che vengono offerte nella GDO italiana: tra queste ricordiamo le mele “Rivoira zero”, le patate di Romagnoli e quelle Zero Hero di Coppola, l’ananas e il pomodoro di F.lli Orsero, le albicocche Guidi.

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Rimane da sciogliere il dilemma del posizionamento competitivo di questo segmento: il consumatore conosce ed apprezza le differenze tra convenzionale, biologico, lotta integrata, residuo zero e biodinamico? E quale accoglienza avrà uno standard che è fortemente avversato dal mondo del biologico per la sua mancanza di un quadro di riferimento normativo pubblico e l’assenza di una funzione sociale e di tutela dell’ambiente? Ma secondo Mark-up “il residuo zero potrebbe alla fine essere anche un pungolo. E aiutare il settore a dare maggiore trasparenza ai consumatori”. Anche Sant’Orsola pensa che la “nuova frontiera green della salubrità” sia una buona notizia, specialmente in questi tempi di pandemia.

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