Volumi in crescita, qualità positiva e confezioni più grandi: secondo Nicola Slomp il mercato italiano del mirtillo evolve verso consumi più abituali e un’offerta maggiormente segmentata.
La campagna italiana 2026, il ruolo crescente del segmento premium e le prospettive della categoria berries sono al centro di questa intervista esclusiva a Nicola Slomp, terza generazione e Responsabile Acquisti e Programmazione dell'azienda trentina Slomp srl con sede a Lavis.
Tra i temi affrontati anche l’integrazione tra produzione nazionale e importazioni, l’innovazione varietale e il rapporto con la GDO.
Qual è il vostro bilancio della campagna italiana 2026 del mirtillo in termini di volumi, qualità, calendario produttivo e andamento commerciale?
Il bilancio della campagna italiana 2026 è nel complesso molto positivo. Abbiamo riscontrato volumi superiori rispetto al 2025 e una qualità mediamente buona, anche se l’andamento non è stato uniforme durante tutta la stagione e tra le diverse aree produttive.
Un aspetto che stiamo osservando con particolare attenzione è l’evoluzione dei formati: il classico 125 g sta progressivamente lasciando spazio a confezioni più grandi. È un cambiamento interessante perché indica una maggiore familiarità del consumatore con il prodotto, che viene acquistato sempre meno come referenza occasionale e sempre più come prodotto di consumo abituale.

Quali differenze avete riscontrato tra le diverse aree di produzione italiane e quali fattori climatici o agronomici hanno inciso maggiormente sui risultati della stagione?
L’Italia ha la caratteristica di poter contare su aree produttive molto diverse tra loro, che consentono di costruire un calendario piuttosto ampio, partendo dalle regioni meridionali e risalendo progressivamente verso Nord.
Le differenze riguardano non soltanto il periodo di raccolta, ma anche varietà, caratteristiche qualitative e tenuta del prodotto. Quest’anno la qualità è stata complessivamente buona, ma il fattore climatico è determinante: temperature elevate e precipitazioni concentrate possono incidere rapidamente su consistenza, shelf life e conservabilità.
Per chi, come noi, deve garantire continuità al mercato, è fondamentale non ragionare semplicemente in termini di origine, ma conoscere le singole zone produttive, le realtà con cui si lavora e soprattutto il momento effettivo della raccolta. Questo vale in particolare in annate come quella attuale, nella quale, in alcune zone, la raccolta è stata molto anticipata rispetto agli anni precedenti.

Quale ruolo ricoprono oggi i berries, e in particolare il mirtillo, nella vostra strategia per il mercato italiano?
I berries rappresentano il cuore della nostra specializzazione e il mirtillo ha assunto negli ultimi anni un’importanza sempre maggiore.
La nostra strategia non consiste semplicemente nell’aumentare i quantitativi commercializzati, ma nell’ampliare e migliorare l’offerta durante tutto l’anno, individuando le origini e i programmi produttivi più adatti a ogni periodo.
Il mercato italiano è cresciuto molto, ma crediamo abbia ancora un potenziale importante. Il consumatore conosce maggiormente il mirtillo rispetto a qualche anno fa e questo permette di lavorare non solo sulla disponibilità, ma anche sulla segmentazione dell’offerta per qualità, formato e occasione di consumo.

Come definite il segmento premium del mirtillo e quali caratteristiche del prodotto — gusto, consistenza, calibro, conservabilità, origine o varietà — ne giustificano il posizionamento e il differenziale di prezzo?
Il premium non può essere definito semplicemente dal calibro o da una confezione più ricercata. Deve esserci una differenza percepibile quando il consumatore assaggia il prodotto.
Il primo elemento è il gusto, che determina il riacquisto, accompagnato da consistenza, croccantezza, uniformità e buona conservabilità. Il calibro può contribuire al posizionamento, ma da solo non è sufficiente.
Allo stesso tempo, oggi calibro e presenza di pruina rimangono il primo biglietto da visita del mirtillo a scaffale: sono gli elementi che il consumatore percepisce immediatamente, insieme all’origine, e che contribuiscono in maniera importante all’attrattività del prodotto e alla percezione di qualità. Il vero valore premium, però, deve poi essere confermato all’assaggio.
Anche origine e varietà sono importanti, ma devono essere funzionali al risultato finale. Crediamo che il consumatore sia disposto a riconoscere un differenziale di prezzo quando trova un mirtillo capace di offrire un’esperienza qualitativa realmente superiore e, soprattutto, costante nel tempo.
Come si sviluppa la vostra strategia lungo la filiera, dalla scelta varietale e dalla programmazione produttiva fino al confezionamento, alla distribuzione e alla collaborazione con la GDO?
Il nostro lavoro parte sempre più a monte. Programmazione e dialogo con i produttori sono fondamentali, perché le esigenze della distribuzione devono essere tradotte in caratteristiche concrete del prodotto.
Varietà, periodo produttivo, calibro, consistenza e shelf life devono essere valutati in funzione del mercato di destinazione. A valle, il confezionamento deve adattarsi alle richieste della GDO e all’evoluzione dei consumi. Da questo punto di vista stiamo osservando con interesse la crescita delle grammature più importanti.
Disporre internamente di capacità di selezione, controllo e confezionamento ci permette di adattare il prodotto alle diverse esigenze dei clienti.
L’obiettivo è costruire una filiera nella quale produttore e distributore condividano maggiormente informazioni e programmazione, riducendo la logica puramente spot.

Qual è l’importanza della produzione nazionale rispetto al prodotto importato per assicurare qualità, volumi e continuità delle forniture alla GDO italiana durante l’anno?
La produzione italiana ha per noi un ruolo fondamentale e, quando calendario, qualità e disponibilità lo consentono, rappresenta una componente molto importante dell’offerta.
Allo stesso tempo, il mirtillo è ormai una categoria presente dodici mesi all’anno, mentre nessuna singola origine può garantire da sola questa continuità. Per questo produzione nazionale e importazione non devono necessariamente essere viste in contrapposizione.
La nostra funzione è proprio quella di costruire un calendario integrato, nel quale le diverse origini si completino, selezionando di volta in volta il prodotto più adatto. Durante la stagione italiana cerchiamo di valorizzare il prodotto nazionale; negli altri periodi lavoriamo con produzioni estere per garantire continuità, volumi e standard qualitativi costanti.

Quali opportunità e criticità individuate per il futuro della categoria berries in Italia? Su quali leve — innovazione varietale, ampliamento dell’assortimento, formati, comunicazione o nuove occasioni di consumo — sarà necessario investire?
Riteniamo che i berries abbiano ancora importanti margini di crescita sul mercato italiano, ma la crescita futura dovrà essere sempre più qualitativa e non soltanto quantitativa.
L’innovazione varietale sarà una delle leve principali: servono varietà capaci di offrire gusto, consistenza e shelf life, ma anche di adattarsi alle nuove condizioni climatiche e alle esigenze produttive.
Un secondo elemento sarà l’evoluzione dei formati. Il passaggio a confezioni di peso maggiore dimostra che stanno cambiando le abitudini di consumo e apre nuove possibilità per la categoria.
Una delle criticità è il rischio di trasformare il mirtillo in una commodity, concentrando la competizione esclusivamente sul prezzo. Crediamo invece che il futuro passi dalla capacità di far percepire al consumatore le differenze qualitative, creare segmenti diversi e aumentare le occasioni di consumo.
Il nostro obiettivo è proprio questo: contribuire a portare i berries da categoria ancora in parte legata all’acquisto occasionale a presenza abituale nel carrello del consumatore.

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