La campagna italiana 2026 del mirtillo si chiude con un bilancio positivo per Sant’Orsola: secondo la cooperativa, i conferimenti dei soci sono aumentati del 27% rispetto al 2025. La disponibilità di prodotto nazionale si estende dalla fine di febbraio, con la produzione siciliana, alla fine di settembre, con quella trentina. Una stagione che, nelle parole del direttore commerciale Nicola Leonardi, conferma il peso delle scelte varietali e della programmazione nelle diverse aree produttive.
Nell’intervista a Italian Berry, Leonardi spiega perché la crescita del mirtillo dipende anche dalla capacità di offrire qualità costante e forniture continue alla distribuzione. Affronta il posizionamento premium, il ruolo delle importazioni nei periodi in cui la produzione italiana non copre la domanda e lo sviluppo della linea Residuo Zero, che, secondo Sant’Orsola, rappresentava il 15% della frutta venduta dall’inizio del 2026 a fine agosto.
Qual è il vostro bilancio della campagna italiana 2026 del mirtillo in termini di volumi, qualità, calendario produttivo e andamento commerciale?
Il bilancio della campagna italiana 2026 è complessivamente positivo, pur in un contesto che continua a richiedere grande capacità di programmazione e adattamento. Dal punto di vista commerciale, il mirtillo si conferma la referenza più importanti all’interno dei piccoli frutti e una categoria con ulteriori margini di crescita sul mercato italiano.
La stagione ha evidenziato ancora una volta quanto siano importanti la continuità produttiva e la stabilità qualitativa. Non è sufficiente avere disponibilità di prodotto: per consolidare il consumo è necessario garantire al consumatore, settimana dopo settimana, un mirtillo con caratteristiche qualitative e di conservabilità coerenti.
Anche il calendario produttivo italiano sta diventando sempre più articolato. La possibilità di lavorare su aree produttive differenti consente infatti di allungare la presenza del prodotto nazionale e di gestire meglio eventuali discontinuità determinate dal clima. La disponibilità di mirtillo italiano prodotto e conferito dai soci Sant’Orsola inizia a fine febbraio con il prodotto siciliano ed arrivi a sine settembre con il prodotto trentino.
Nella stagione 2026 abbiamo avuto un aumento del 27% di prodotto conferito rispetto all’annata precedente, con entrambi gli areali principali in ottima crescita di qualità e quantità grazie alle scelte varietali degli ultimi anni.
Sul piano commerciale, continuiamo a registrare un interesse importante da parte della GDO. Il mirtillo è ormai una categoria strutturata, non più una semplice nicchia, e questo apre opportunità interessanti ma aumenta anche le aspettative del consumatore in termini di qualità.
Quali differenze avete riscontrato tra le diverse aree di produzione italiane e quali fattori climatici o agronomici hanno inciso maggiormente sui risultati della stagione?
Le diverse aree hanno caratteristiche pedoclimatiche, calendari produttivi e condizioni agronomiche differenti e proprio questa diversificazione rappresenta una risorsa importante per la filiera.
Per questo motivo riteniamo sempre più importante lavorare sulla programmazione e sulla scelta delle aree e delle varietà, piuttosto che intervenire esclusivamente a posteriori sulle problematiche della stagione.
La ricerca agronomica e l'assistenza tecnica ai soci assumono quindi un ruolo centrale. Sant’Orsola lavora da anni sull'aggiornamento delle tecniche di coltivazione e sull'adattamento delle varietà alle diverse condizioni produttive, con l'obiettivo di aumentare la qualità e ridurre il rischio legato alla variabilità climatica. Questo approccio alla ricerca e alla formazione dei produttori fa parte da tempo del modello della cooperativa.
Quale ruolo ricoprono oggi i berries, e in particolare il mirtillo, nella vostra strategia per il mercato italiano?
I berries rappresentano la nostra identità e di conseguenza il core della nostra azienda sulla quale si basa la nostra strategia commerciale. All'interno della categoria, il mirtillo ha certamente un ruolo centrale, sia per la dimensione raggiunta dal mercato sia per le caratteristiche del prodotto.
È una referenza che ha una grande capacità di generare consumo: è pratica, facilmente accessibile, semplice da consumare e presenta una conservabilità generalmente superiore rispetto ad altri piccoli frutti.
Il vero obiettivo, tuttavia, non è soltanto aumentare i volumi venduti, ma aumentare la frequenza di consumo. Per riuscirci dobbiamo fare in modo che il consumatore trovi sul punto vendita un prodotto affidabile, riconoscibile e coerente con le proprie aspettative.
Per Sant’Orsola questo significa lavorare contemporaneamente su produzione, varietà, qualità, confezionamento, disponibilità durante l'anno e rapporto con la distribuzione.
Come definite il segmento premium del mirtillo e quali caratteristiche del prodotto — gusto, consistenza, calibro, conservabilità, origine o varietà — ne giustificano il posizionamento e il differenziale di prezzo?
Il premium non può essere definito da una sola caratteristica. Un mirtillo di calibro elevato, ad esempio, non è automaticamente un mirtillo premium.
Per noi il valore nasce dall'insieme di più elementi: gusto, equilibrio tra dolcezza e acidità, consistenza, croccantezza, uniformità del prodotto, aspetto, shelf life e capacità di mantenere queste caratteristiche nel tempo. Grazie ad alcuni importanti progetti sviluppati con la GDO abbiamo constatato che le caratteristiche qualitative del prodotto devono essere mantenute per un periodo importante della campagna per permettere al consumatore di riconoscerle e di ritrovarle nel tempo.
La varietà ha naturalmente un ruolo determinante, ma deve essere valutata in relazione all'ambiente produttivo e alla destinazione commerciale. La scelta varietale deve infatti considerare non solo la resa produttiva, ma anche la qualità percepita dal consumatore e la capacità del frutto di arrivare sullo scaffale mantenendo le proprie caratteristiche.
Anche l'origine può rappresentare un elemento di valore, ma non deve diventare l'unico argomento. Il consumatore è oggi più evoluto e chiede soprattutto un'esperienza di consumo soddisfacente. È un'evoluzione che Sant’Orsola ha già osservato negli ultimi anni: il mirtillo italiano è certamente un valore, ma deve essere accompagnato da qualità concreta e riconoscibile.
Come si sviluppa la vostra strategia lungo la filiera, dalla scelta varietale e dalla programmazione produttiva fino al confezionamento, alla distribuzione e alla collaborazione con la GDO?
Il nostro modello parte dal campo. La scelta varietale e la programmazione produttiva sono il primo passaggio di una filiera che deve essere pensata già in funzione delle esigenze del mercato.
La struttura cooperativa ci permette di lavorare direttamente con i produttori e con il nostro staff tecnico, trasferendo conoscenze e indicazioni agronomiche e costruendo progressivamente un patrimonio comune di competenze.
A valle della produzione, diventano fondamentali selezione, lavorazione, confezionamento e gestione della catena distributiva. Anche il packaging non è più un semplice contenitore: deve proteggere il prodotto, facilitarne la conservazione e contemporaneamente comunicare al consumatore il posizionamento della referenza.
Infine, c'è il rapporto con la GDO, che per noi è un confronto continuo. Non si tratta semplicemente di fornire un prodotto, ma di costruire insieme un'offerta capace di generare valore per tutta la filiera.
La nostra esperienza ci ha insegnato che qualità e continuità devono procedere insieme. È proprio questo uno degli elementi sui quali Sant’Orsola ha costruito la propria strategia dalla fondazione nel 1979.
Qual è l’importanza della produzione nazionale rispetto al prodotto importato per assicurare qualità, volumi e continuità delle forniture alla GDO italiana durante l’anno?
La produzione nazionale è fondamentale, ma non può essere considerata separatamente dalla necessità di garantire continuità durante tutto l'anno.
Il consumatore non ragiona più necessariamente in termini di calendario produttivo: si aspetta di trovare il prodotto quando desidera acquistarlo. Per una categoria come il mirtillo questo è particolarmente importante, perché la continuità contribuisce a trasformare un acquisto occasionale in un'abitudine di consumo.
La produzione italiana rappresenta quindi il cuore della nostra proposta, ma deve essere integrata, nei periodi necessari, da prodotto proveniente da altre aree produttive selezionate.
Per Sant’Orsola la questione non è quindi contrapporre Italia ed estero. È costruire una filiera internazionale controllata che permetta di valorizzare al massimo la produzione dei nostri soci e, contemporaneamente, assicurare al mercato continuità, standard qualitativi e affidabilità durante l'anno soprattutto per quanto riguarda la sicurezza alimentare.
La crescita del mirtillo in Italia ha infatti evidenziato proprio questo squilibrio: la domanda è ancora superiore alla capacità produttiva nazionale in determinati periodi.
Quali opportunità e criticità individuate per il futuro della categoria berries in Italia? Su quali leve — innovazione varietale, ampliamento dell’assortimento, formati, comunicazione o nuove occasioni di consumo — sarà necessario investire?
Vediamo ancora grandi opportunità di crescita, perché la penetrazione dei piccoli frutti e del mirtillo in Italia presenta margini importanti rispetto ad altri mercati europei come Germania e Inghilterra.
La prima opportunità è continuare a migliorare il prodotto. L'innovazione varietale sarà fondamentale, ma dovrà essere accompagnata da ricerca agronomica, capacità di adattamento ai cambiamenti climatici e attenzione alla shelf life.
La seconda riguarda l'assortimento. Il consumatore non è più disposto ad accettare un'offerta indistinta: dobbiamo essere capaci di proporre prodotti con caratteristiche e posizionamenti differenti, dal prodotto quotidiano alle linee premium e a maggiore contenuto di servizio o di sostenibilità.
Anche il packaging avrà un ruolo importante, così come la comunicazione. Dobbiamo spiegare meglio al consumatore perché un mirtillo è diverso da un altro e quale valore c'è dietro una determinata referenza.
Ad oggi la nostra gamma di mirtillo comprende packaging di vari formati compresi tra i 100g e i 500g a questo si affianca un aumento dell’offerta delle confezioni miste quali bis, tris e mix per andare sempre più incontro alle modalità di consumo e alle preferenze dei consumatori italiani.
La criticità principale sarà evitare che la crescita della categoria avvenga esclusivamente attraverso la leva prezzo. Se trasformiamo i piccoli frutti in una commodity, rischiamo di compromettere il valore costruito negli anni. La sfida sarà invece aumentare i consumi mantenendo una corretta remunerazione per tutti gli attori della filiera. 
Come sta sviluppandosi il segmento Residuo Zero, che Sant’Orsola ha introdotto per prima sul mercato italiano?
Il Residuo Zero rappresenta per Sant’Orsola un progetto strategico e non semplicemente una linea commerciale.
Siamo stati pionieri in Italia con il mirtillo Residuo Zero e abbiamo costruito il progetto attraverso un percorso che ha coinvolto ricerca, tecnici e soci produttori. L'obiettivo è stato intervenire sull'intero processo produttivo, attraverso scelta varietale, tecniche agronomiche, difesa integrata, monitoraggio e controllo della filiera.
Nel tempo il progetto si è ampliato e oggi rappresenta una delle espressioni più concrete del nostro percorso verso una produzione sempre più sostenibile e controllata. Il fatto che il progetto sia stato successivamente esteso anche ad altre referenze, come lampone e mora, dimostra che non si trattava di un'operazione isolata, ma di una precisa direzione strategica della cooperativa.
Riteniamo però importante che il Residuo Zero venga comunicato correttamente. Non deve essere percepito soltanto come un claim commerciale: dietro ci sono protocolli produttivi, assistenza tecnica, controlli e un sistema di tracciabilità che coinvolge tutta la filiera.
A conferma della positività del progetto a fine agosto 2026 la linea Residuo Zero, ha rappresentato il 15% del venduto complessivo di frutta da inizio anno, un incremento continuo dal 2020, anno di lancio del progetto.
Per il futuro vediamo quindi il Residuo Zero come una delle leve attraverso cui differenziare l'offerta, creare valore per il consumatore e, allo stesso tempo, stimolare un'evoluzione positiva delle tecniche produttive.

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